Patente per il Web.

Tratto da "L'Espresso" del 9 ottobre 2008, p.89
 
Obbligo di identificare chi usa il collegamento Internet. Così l'Italia frena la diffusione del WiFi. Che vive invece un boom in tutto il mondo. Secondo il Garante della privacy solo Arabia Saudita e Cina hanno norme altrettanto severe.
 
 
Navigare in Internet gratis o a basso costo mentre si beve un caffè al bar, si mangia un panino, si fa shopping: una realtà sempre più diffusa in tutto il mondo grazie al WiFi, la connessione senza fili. E' un boom ovunque, fuorché in Italia, dove ad azzoppare l'innovazione è una legge voluta nel 2005 dal governo Berlusconi. E solo adesso tra la maggioranza comincia un percorso di ripensamento di quelle norme, essendo ormai evidenti i danni che hanno provocato. Si tratta della legge Pisanu, pensata contro il terrorismo all'indomani delle stragi di Londra, ma che impone procedure di severità inaudita anche rispetto agli Usa. Obbliga chi offre la connessione WiFi a conoscere in modo certo l'identità dei navigatori. Il problema si pone se l'utente paga l'accesso a Internet in contanti o se la navigazione è gratis. In molti casi funziona così: l'utente compra una card per navigare e nel contempo fornisce la propria carta d'identità al negoziante, che la fotocopia. E' facile immaginare quanto la procedura sia disincentivante. Ed è incomprensibile per un turista straniero che all'estero si connette in WiFi senza complicazioni: deve solo mettere sul proprio computer o cellulare la password per connettersi fornita dal bar o dal fast food dove ha fatto un'ordinazione. Da qualche mese, alcuni operatori e il consorzio Roma Wireless (che offre WiFi in vari luoghi pubblici della capitale) hanno ideato una procedura alternativa, meno scomoda, per soddisfare la legge: l'utente riceve la password via sms dopo aver chiamato un numero. Problema: non funziona con i cellulari degli stranieri (servono sim italiane) e quindi ancora una volta sono penalizzati i turisti. Non solo: «In generale è impensabile soddisfare i requisiti di legge per una piccola struttura, un locale, che voglia dare accesso WiFi ai clienti», spiega Davide Rota, amministratore delegato di Linkem, uno dei più uimportanti operatori specializzati n WiFi. «Dovrebbe spendere decine di migliaia di euro in un sistema per gestire e memorizzare le identità e le attività on line di chi naviga. Servono inoltre competenze tecniche per farlo». «La Pisanu è nata come recepimento di una direttiva europea, rispetto alla quale però è andata mille miglia oltre, estremizzandone i principi», spiega Guido Scorza, tra i massimi esperti di diritto applicato a Internet. Secondo studi del Garante della privacy, tanta severità nell'identificare gli utenti WiFi si ritrova solo nelle leggi della Cina e dell'Arabia Saudita. Fatto sta che l'Italia è precipitata in fondo alle classfiche per numero di punti di accesso Internet da luoghi pubblici, superata da Franca, Spagna, Germania e anche dalla Russia. Usa e Regno Unito sono i Paesi con il maggior numero di punti, secondo JiWire, che cura il più completo registro degli accessi WiFi. I quali sono in pieno boom: ora sono 225 mila, nel mondo, contro i 100 mila del 2006. Negli altri Paesi europei, diventano comuni le nuvole WiFi che coprono interi quartieri (avviene a Chueka, a Madrid o nel centro finanziario di Londra). «La legge Pisanu è stata fatta per tutelare lo status quo dei rapporti di forza tra gli operatori telefonici, penalizzando il WiFi che poteva introdurre nuovi concorrenti», accusa Fiorello Cortiana, membro della delegazione italiana sulla governance di Internet per presso le Nazioni Unite. «E' stato danneggiato lo sviluppo Internet in Italia», riconosce Enrico Musso (Pdl), membro della commissione Lavori pubblici e comunicazioni del Senato. «Stiamo quindi lavorando per presentare una proposta di modifica della legge». Ma per allora il divario con il resto d'Europa potrebbe essere già diventato incolmabile.